“Droga e autoregolazione”: un commento all’intervista a Susanna Ronconi

“In ogni momento le persone possono essere aiutate e sostenute nel tenere sotto-controllo le sostanze in modo da non ipotecare la propria vita verso destini negativi“.

Con questa frase Susanna Ronconi, co-curatrice del libro “Droghe e autoregolazione. Note per consumatori e operatori” edito dalla Casa editrice Ediesse, intervistata da Drugadvisor (qui l’intervista), esprime chiaramente non solo la premessa alla base delle azioni di prevenzione messe in campo dai servizi socio-sanitari, ma anche una definizione sintetica del concetto di autoregolazione.

L’autoregolazione, meccanismo ampiamente discusso attualmente e che sta vivendo un processo di rivisitazione da parte della ricerca scientifica, consiste nella capacità di regolare autonomamente i meccanismi interni, proprio come un sistema di controllo superiore che controlla altri elementi. Permette di controllare, da un lato, le emozioni e, dall’altro, i comportamenti, gli impulsi e le funzioni esecutive. L’autoregolazione agisce direttamente sulla motivazione ai cambiamenti e sul senso di autoefficacia personale, per questo è divenuto un punto di riferimento fondamentale in psicologia dello sviluppo, tanto da essere utilizzato come obiettivo di lavoro con tecniche specifiche sull’empowerment degli apprendimenti.

Susanna Ronconi pone l’accento però, nella citazione riportata inizialmente, su un particolare sottostante alla definizione classica: l’autoregolazione è un concetto inesistente se non educato, appreso e imparato.

L’autoregolazione può essere nel mondo dei consumi un concetto scarsamente innato, ma bensì appreso, tramite la relazione con le figure di accudimento e di riferimento, come i genitori, i famigliari, gli educatori, gli insegnanti. Gli esempi riportati, come il desiderio, da parte del genitore, che il proprio figlio smetta di usare cannabis, evidenziano come alla base sia necessaria la relazione e un “pensare” il proprio figlio o la propria figlia come attivatore di cambiamenti, come possibilità attiva di identificare e realizzare comportamenti o atteggiamenti alternativi a quello attuale.

Questo con l’obiettivo di implemetare e co-costruire una coscienza critica e la capacità di rendere una scelta ragionata, mediata tra cognizioni ed emozioni, che sorregge lo sviluppo dell’identità e della capacità evolutiva della persona, in particolare nel passaggio dall’adolescenza alla giovane età adulta e, infine, all’età adulta. Quello che queste strategie personali e collettive di autocontrollo insegnano, le loro culture e i loro dispositivi sociali, appaiono oggi il metodo più promettente per pensare di governare un fenomeno di massa che ha dimostrato il fallimento dell’approccio repressivo e i limiti di quello medico.

Pensiamo all’alcol” dice la Ronconi “e come nella nostra cultura questa sia, a differenza della cannabis, una droga sociale“, ovvero venga acquisita come norma sociale dapprima in famiglia e poi, autonomamente, introiettandola, diventando così nostra e tramandandola implicitamente come oggetto culturale. In questo processo i consumi si insidiano tra gli elementi educativi per eccellenza e, come figure educative, ci sentiamo facilitati con le sostanze che conosciamo da tempo, sulle quali possiamo sentirci liberi di confrontarci con altri genitori o professionisti senza sentirci giudicati, atteggiamento molto diverso se allo stesso modo proviamo a confrontarci, o a chiedere un aiuto, sulla canapa. Lo stigma, che conosciamo bene come influencer negativo rispetto a tanti elementi della vita, quali ad esempio l’identità di genere, alcune patologie o alcuni ruoli sociali, condiziona così anche la base dei principi dell’autoregolazione in adolescenza e via via nell’età adulta, proprio perché mina le fondamenta educative creando difficoltà che non consentono, o bloccano, la ricerca di strumenti e di condivisione da parte delle figure adulte di riferimento.

Quali suggerimenti possiamo praticare, come educatori, genitori, insegnanti, figure di riferimento per i giovani, al fine di poterli accompagnare al meglio nella crescita e nello sviluppo sano e consapevole?

La Ronconi ci lascia con un semplice, ma decisivo, strumento: “Ogni genitore può essere adeguatamente informato e capace di parlare con il proprio figlio o la propria figlia di questa esperienza di consumo…limitando gli imperativi categorici “Non usare” in favore di una comunicazione in cui si impara a dialogare sulle droghe, nella direzione di aiutarli nell’esercitare un controllo” .

Condividi l'articolo su:

Pubblicato su News and tagged , , , , , , .
«